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Carlo De Luca

Controvento
di Carlo De Luca, presidente InArch Campania

Vicino, Lontano. Note dalla pandemia

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Cammini da solo a piedi, all’imbrunire, per le strade deserte della città.  Non hai la smania del runner impenitente, né il piglio eversivo di chi non può rinunciare ad attraversare la città in Vespa, ma hai più semplicemente la necessità di tornare a casa, rispettando le regole. In tempi normali sarebbe stata l’ora di punta e ancora di più ti assale un senso di straniamento. Avverti la percezione dello spazio vuoto, delle strade e delle piazze senza nessuno se non i cani che portano in giro i loro padroni. È il vuoto di uno spazio urbano inedito che ti restituisce, nello stesso tempo, la misura effettiva della distanza ma anche la percezione della vicinanza con la vita delle persone che, passando, intravedi e percepisci nelle case e negli edifici. Scopri aspetti nuovi, a tratti inesplorati, delle città vuote e della natura che sembra voler riconquistare i suoi spazi. È un mondo inatteso quello che ci si presenta e a cui eravamo impreparati, anche se qualche segnale già si era manifestato in precedenza. C’è un festival culturale che, con cadenza annuale,  si svolge dal 2005 a Udine, dal titolo “Vicino/Lontano” che indaga sul significato del rapporto tra i due termini e sulle relative implicazioni economiche, filosofiche, sociali ed esistenziali. Il tema, la parola/chiave  dell’ultima edizione nel maggio 2019, era contagio, una lente prismatica attraverso cui guardare il mondo e la sua complessità, come recita l’incipit del festival. Una profezia che oggi ci appare inquietante, alla luce della pandemia nella quale siamo immersi, ma che prova a preconizzare anche una qualche via d’uscita, restituendoci la sensazione che, in fondo, non eravamo poi così impreparati. 

In questa fase, la crisi del Covid-19 sta rappresentando anche un’opportunità per tornare a ragionare sul nostro tempo, sulla società e sulla condizione contemporanea. In urbanistica e in architettura ma anche sui temi ambientali e sociali, si moltiplicano in queste settimane le riflessioni su possibili scenari futuri e le ricette su nuovi e diversi modelli di sviluppo possibili del nostro habitat e delle città dopo la pandemia. Sul climate change e sull’inquinamento ambientale, su una riflessione ormai matura degli effetti dell’antropizzazione e del conurbamento delle grandi aree metropolitane del pianeta, sulla loro conversione ecologica, sul consumo di suolo, su una diversa condizione dell’abitare. Come possiamo considerare oggi le città, quali cambiamenti sono auspicabili alla luce della pandemia che attualmente pervade le nostre vite? All’interno di una riflessione più generale, la tendenza ricorrente è quella di partire prima di tutto dalla casa, dalla lettura di una condizione abitativa che riguarda la fascia più estesa della popolazione, che in qualche modo discende dai modelli abitativi che il modernismo ci aveva consegnato nel secolo scorso e che oggi appaiono ormai inadeguati. 

La casa come machine à habiter di Le Corbusier rispondeva all’esigenza dello spirito nuovo del secolo scorso: la casa di massa con comfort minimi, spazi essenziali e a costi contenuti. Anche in considerazione di esigenze economiche, gli spazi della casa dovevano essere ergonomicamente proporzionati alle misure standard del corpo umano e ai bisogni fisici e psicologici degli abitanti, affrontando in questo modo il problema sociale della casa popolare a basso costo, applicando modelli abitativi per tutti che hanno caratterizzato l’architettura e le città del Novecento, fino alla condizione attuale. Oggi il contagio ci ha costretti a rivisitare profondamente questi modelli, offrendoci l’occasione di guardare il mondo con occhi diversi. 

In questa fase di emergenza gli spazi domestici essenziali non bastano più. Perché la casa non è più, come prima, solo il luogo dove abitiamo e svolgiamo le funzioni primarie, ma è diventato anche un luogo di lavoro, dove passiamo la maggior parte del nostro tempo e dove bisogna recuperare non solo il comfort, la qualità e il calore di uno spazio domestico, che è non più solo quello essenziale, ma uno spazio diverso, più ampio e articolato e forse anche più separato, lo spazio della distanza. È l’esigenza dichiarata di uno spazio dilatato che apre a nuove frontiere abitative, a un diverso rapporto tra spazio privato e spazio pubblico, all’idea di una condizione urbana dove dovremo assegnare nuovi significati ai concetti di rigenerazione urbana e di densificazione come antidoto alla dispersione insediativa. Un’idea di città che dovrà trovare un nuovo equilibrio tra prossimità e distanza, tra vicino e lontano. Abitare la distanza, dice Pier Aldo Rovatti, è la condizione dell’uomo contemporaneo, caratterizzata dal paradosso: egli è dentro e fuori, vicino e lontano, ha bisogno di un luogo, di una casa dove stare ma poi, quando si trova in questo luogo, scopre il fuori, la distanza, l’alterità, in un’oscillazione continua in cui il vicino e il lontano si toccano.