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Un'economia ambigua dall'incerto futuro

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All'inizio dello scorso anno eravamo ancora impegnati a ragionare in modo essenzialmente sterile sulle conseguenze della crisi del 2008 che nell'area metropolitana di Napoli aveva di fatto dimezzato in termini di unità locali ed addetti il sistema manifatturiero. In parallelo, l'auspicata terziarizzazione dell'economia urbana appariva di segno diverso da quanto andava definendosi nelle maggiori città industriali del Nord (Milano e Torino) dove la crescita dei servizi innovativi risultava un'operazione di modernizzazione, in quanto produttrice di interessanti quote aggiuntive del PIL cittadino. A Napoli tale processo appariva, invece, di tipo "straccione", nel senso che i vecchi capannoni dismessi ed i tanti piazzali abbandonati restavano simboli dell'incipiente declino della città o al massimo destinati ad attività "povere" (es. depositi di bibite o centri di rottamazione auto). Nel complesso, nell'area napoletana il sistema produttivo risultava strutturato su tre circuiti paralleli, vale a dire l'economia reale, quella informale e quella criminale, sui quali si è abbattuta la mannaia della "peste del XXI secolo", che ha alimentato le ambigue intersezioni tra le diverse economie locali. Innanzitutto affiora con abbastanza chiarezza un'atipica forma di integrazione tra le piccole imprese manifatturiere (in primis nel comparto della moda) che evitano la contribuzione fiscale relativa al lavoro e micro laboratori ubicati spesso in locali non idonei in tema di sicurezza del lavoro e salvaguardia ambientale e condotti da ex dipendenti delle maggiori aziende (licenziati o dimissionari). Ad un' osservazione più attenta e di grande attualità affiora anche un secondo rapporto, questa volta tra il mondo dell'informale e quello della criminalità organizzata, che interessa soprattutto i lavoratori  più giovani, i quali, attratti dall'offerta di diverse forme di "welfare criminale", nei mesi del lockdown abbandonano il lavoro "nero", spesso prossimo a forme di schiavismo, per transitare nei sodalizi criminali dove vengono assegnati a compiti predatori, quali estorsioni, usura e corruzione, ovvero quelle attività attraverso le quali i clan  stanno acquisendo vasti settori dell'economia reale napoletana.

Fin quando questa fragile situazione potrà garantire una atipica "normalità" all'area napoletana, visto che quanto più l'economia reale si immerge tanto più la rabbia dei più deboli e degli emarginati fa emergere il conflitto sociale? La risposta attiene all'etica della politica ed alla "qualità" di tutta intera la classe dirigente. A nostro parere il punto di partenza dovrebbe consistere nel radunare tutte le competenze e tutte le risorse per costruire un "pensiero condiviso" necessario per restituire un futuro ai lavoratori invisibili che rappresentano il 60% degli occupati a Napoli, ai missing man, ovvero ai tanti giovani che non hanno un lavoro e non lo cercano perché sfiduciati ed ai circa 5.000 laureati che emigrano ogni anno in cerca di un'occupazione idonea alle loro competenze. In particolare, l'attività di contrasto all'attuale emergenza dovrebbe prevedere come priorità assoluta un grande piano di sdebitamento per contrastare l'ormai insostenibile esposizione finanziaria di tante piccole e piccolissime aziende manifatturiere, commerciali e dei servizi il cui fabbisogno di liquidità si scontra con il difficile accesso ai finanziamenti e con i ritardi del sostegno pubblico. E, su un altro versante, mettere a punto una altrettanto forte ed urgente iniziativa in direzione dell'inclusione sociale e della formazione professionale dei più giovani, per contrastare l'evasione scolastica e la diffusione dell'economia criminale che garantisce compensi idonei a soddisfare consumi sproporzionati ai redditi familiari.

È possibile costruire in tempi rapidi un'agenda temporale in questa direzione? Lo racconterà solo la storia relativa alla gestione del post- Coronavirus.