L'ossessione d'esistere

di

C’è nell’individuo degli ultimi anni una spinta compulsiva a esistere. La frase, volutamente provocatoria, inquadra bene a mio avviso il processo degenerativo che sempre più accomuna noi abitanti di questa folle epoca: la necessità di mostrarsi, il bisogno di sentirsi realizzati unicamente nell’identificazione che di noi fa la comunità. È normale, esistiamo per e negli altri, ma qui si è andato oltre, qui l’altro è diventato lo strumento attraverso il quale celebrare sé, l’altro serve a premiare la propria presunta superiorità, l’intelligenza, la perspicacia, la preparazione. Il suo riconoscimento tiene in vita, è droga per i tanti che scarseggiano in autostima. Probabilmente è sempre stato così, esistiamo negli altri e per gli altri, solo che gli altri oggi sono facilmente raggiungibili, sono a portata di mano. È questo il problema.

In nome di un simile incolmabile desiderio chiunque si sente non più in diritto ma in dovere d’esprimere un’opinione su ogni cosa, per non far sì che il suo silenzio possa essere interpretato come disimpegno o, peggio ancora, come inesistenza. Nel vuoto di parole si materializza il timore più grande, di finire nel calderone degli uomini qualunque, e divenire così invisibili. C’è una sempre maggiore ossessione narcisistica a spingerci, il desiderio di emergere attraverso la competizione, l’idea sballata che si è vincenti se si dà un’immagine vincente. In questa frenesia collettiva tempo per l’ascolto non sembra esserci, si vive da anestetizzati, per non sentire ciò che spaventa, perché stare al mondo da sé e per sé è cosa di pochi. Per non cedere alla sconfitta, e restare soli con la propria minuscola vita da gestire, si esibisce persino il dolore, anche la morte e il lutto sono eventi da condividere, non più solo nostri, ma della collettività. Per paura, certo, perché a volte sentire una voce amica, seppur virtuale, può aiutare, ma anche e soprattutto perché spesso siamo impreparati, e ci paralizziamo, di fronte al concetto di finitudine. La realtà, per chi non è capace d’accettarla, per chi non vuole e non sa ascoltare, è da plasmare, da edulcorare, e così si fa della vita il trailer di un film, come quegli insopportabili, e macabri, e pazzoidi video di guerra che sembrano celebrare l’avvento di una nuova serie Netflix. Piazziamo le nostre esistenze come se fossero prodotti, e un passo indietro non siamo disposti a farlo. Perché per scendere dalla giostra occorre coraggio e consapevolezza, perché fuori c’è il silenzio, che fa paura, la pandemia ce lo ha detto, ha mostrato la nostra incapacità di porre un freno, d’arrestarci, e di cambiare nel cambiamento, come sanno ormai solo gli animali, come deve essere per la specie che vuole sopravvivere.

Noi invece continuiamo a girare in tondo, ci parliamo addosso per sovrastarci, facciamo la voce grossa, poco o nulla sappiamo di ciò che ci abita, di ciò che abitiamo, ma cerchiamo comunque l’applauso.