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A quando il Piano Sanitario Regionale?

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L'esperienza finora vissuta dalla popolazione a causa del Covid -19 appare tra le più dolorose angustie contemporanee in quanto la sua misteriosa specificità comporta preoccupazioni tali da rappresentare un impedimento alla pratica di rimedi collettivi: le singole persone si sentono aggredite da un male sconosciuto e diffidano da ciò che esso potrebbe riservare loro in tema di sicurezza e libertà soggettive (vedi la seconda ondata in atto). Infatti, dopo l'euforia dell'"andrà tutto bene" e del "canto dai balconi", espressioni più della paura di ammalarsi dei singoli che non di una ritrovata socializzazione, si riscontra in maniera diffusa un faticoso adattamento ad un modo di vita collettiva caratterizzato dalla malinconica consapevolezza che " nulla sarà più come prima".

La risposta istituzionale a questo cambiamento epocale è stata lodevole nella prima fase, quella del  terribile impatto con la "peste del XXI secolo",  ma ancora poco efficace in direzione della predisposizione dei servizi  a  fruizione collettiva  tra i quali si colloca in posizione prioritaria la perdurante assenza di un moderno sistema  Sistema Sanitario Regionale la cui funzione strategica è stata evidenziata dal grave disastro che purtroppo ha colpito la Lombardia, a lungo ritenuto un modello da imitare. I medici di base abbandonati a curare in solitudine i loro assistiti, i distretti sanitari sguarniti del tutto, i Dipartimenti di Sanità Pubblica ridotti solo a rilasciare certificati e permessi, i Pronto Soccorsi degli Ospedali impreparati ad affrontare un'emergenza pandemica e le terapie intensive costrette a rifiutare ricoveri pur in presenza dei tipici sintomi del Coronavirus. Questa dura esperienza che ha segnato la coscienza collettiva dell'intero Paese impone di ricondurre l'infezione da Covid-19 in quello che realmente esso è, ovvero un problema di Sanità Pubblica ed in particolare all'irrisolto progetto dei Piani Sanitari Regionali.

La Campania, ad inizio del 2020, era appena uscita a costo di grandi sacrifici di bilancio da 10 anni di commissariamento che avevano portato alla chiusura di strutture ospedaliere, alla riduzione dei posti letto, e - seppur faticosamente - sembrava avviarsi ad una fase di programmazione tendente ad annullare il grave gap con le altre regioni rispetto alle quali presenta ancora un saldo economico negativo, nell'ordine di circa 300 milioni di Euro annui (valore pari al costo  dei "viaggi della speranza"), a fronte di una voce attiva per regioni quali la Lombardia (800 milioni di Euro), il Veneto (140 milioni) e l'Emilia e Romagna (300 milioni).

E qui emerge il problema centrale. Essendo queste risorse trattenute alla fonte nella distribuzione del Fondo Sanitario Regionale, finiscono per risultare sempre più insufficienti per i bisogni assistenziali dei pazienti nella nostra regione. A tale proposito appare opportuno segnalare che nel decennio 2009-2018 la spesa sanitaria pro-capite in Campania è calata del 18% mentre la stessa percentuale, ma in positivo, indica l'incremento registrato in Lombardia. Risulta dunque evidente che siamo di fronte ad un problema essenzialmente di natura politica che investe la capacità contrattuale della Campania nella Conferenza Stato-Regioni, ovvero nella sede istituzionale dove si definiscono le quote di partecipazione alla spesa sanitaria nazionale. Non solo ma tale problematica deve fare i conti anche con il tema del federalismo, ovvero del regionalismo differenziato, che avrebbe dovuto offrire la risposta al cattivo funzionamento dello Stato e che dopo essere scomparso per un periodo dall'agenda del Governo tornerà presto prepotentemente all'attenzione dell'opinione pubblica sotto la spinta delle regioni del NordEst del Paese. Toccherà alla nuova classe politica regionale accettare in tutti i suoi aspetti questa grande sfida di civiltà e far valere le ragioni della nostra comunità in tutte le sedi opportune.