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Alla scoperta di un arcipelago architettonico

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Mario Cucinella, il curatore del Padiglione Italia alla Biennale Architettura del 2018,  si è allontanato dai luoghi consueti della metropoli: le aree dismesse, i terrains vagues, le periferie in attesa di redenzione per inoltrarsi, a partire dalla dorsale appeninica, lungo le rotte poco frequentate delle “Aree interne”.

Una navigazione all’interno di quello che è stato giustamente definito “Arcipelago Italia”: un insieme di 4000 comuni che costituisce il 60% del territorio nazionale e al cui interno è insediato il 25% della popolazione italiana.

Un territorio a volte inesplorato, ma ricco di risorse umane, ambientali, preesistenze archeologiche, architetture spontanee o monumentali, opere d’arte pregevoli spesso misconosciute ma d’inestimabile valore.

Come lo stesso Cucinella osserva, nelle aree interne della Campania, sembra prevalere il modello “villettopoli” che s’ispira a suburbi di dubbia legittimità edilizia e scarsa qualità architettonica.

Eppure, questo territorio ha, nelle sue profondità, enormi giacimenti archeologici e, in superficie, i residui quarti di nobiltà architettonica di cui i Baroni impreziosivano i loro  feudi misti agli elementi superstiti della civiltà rurale.

Torri, palazzi signorili, case palazziate o i loro resti: bifore, cornici, portali monumentali, merletti marmorei, che affiorano da cortine flagellate da superfetazioni, abusi e materiali incongrui.

Nei nuovi feudi delle circoscrizioni elettorali, le baronie odierne esercitano il proprio paternalistico controllo dando vita ad un conflitto a bassa intensità tra poteri locali che interferisce con la possibilità di fare rete e promuovere ampi comprensori turistico - culturali.

Una rete che, in Campania, potrebbe disporsi lungo l’armatura della metropolitana regionale alimentando uno scambio frequente tra due dimensioni così diverse dell’abitare umano: aree metropolitane e aree interne.

Ricordiamo in sintesi i progetti provenienti dalla Campania e selezionati da Cucinella: l’Acquedotto Alto Calore a Solopaca in provincia di Benevento di Nicola Fiorillo, Cannata & Partners e Mimmo Paladino, il Borgo Biologico a Cairano in provincia di Avellino di Angelo e Federico Verderosa, il recupero dei jazzi a Camerota di Andreco, De Gayardon Bureau, e Piccinini.

Daremo un particolare rilievo alla Casa della Cultura ad Aquilonia, in provincia di Avellino, progettata da +tstudio (arch. Vincenzo Tenore, ing. Virginio Tenore, arch. Eleonora Mastrangelo, arch. Osvaldo Basso, ing. Gennaro Marcaldo, geom. Antonio di Prenda) a cui l’In/Arch Campania ha assegnato nel 2015 il premio per la categoria della riqualificazione edilizia.

Lo spunto che ha dato vita alla Casa della Cultura nasce dal finanziamento previsto dal bando POR – FESR Campania 2007 – 13, obiettivo 1.7 “Edifici sicuri”.

Opportunità colta dall’amministrazione di Aquilonia e lasciata cadere da molti tra i comuni ad alta sismicità della Campania che avrebbero potuto beneficiarne.

L’occasione è stata pienamente colta anche dall’equipe di + tstudio che ha trasformato, previo l’ adeguamento sismico previsto dal bando, una ex scuola materna dissestata in un centro culturale dotato di laboratori e auditorium.

La sensibilità dei progettisti ha consentito loro di evitare i due estremi dell’intervallo al cui interno si muove, in genere, il linguaggio delle aree interne. L’aspirazione all’insolito, all’eccentricità gratuita e, all’altro estremo, la ricaduta in una tradizione svuotata di ogni autenticità e, pure, contaminata da una modernità maccheronica.

L’opera, perfettamente proporzionata, s’inserisce con armonia nel contesto della piazza principale di Aquilonia prendendo, in qualche modo, le misure alla chiesa matrice di cui costituisce il controcampo.

L’ispirazione ad elementi dell’ambiente rurale, citati dai progettisti, come gli essicatoi di tabacco ed i pagliai viene restituita in maniera sottile e originale senza alcun compiacimento mimetico.

La Casa della Cultura si staglia con chiarezza di forme sul primo piano del contesto urbano e sullo sfondo dell’ambiente naturale in maniera calda e cordiale grazie al rivestimento in doghe di larice siberiano. L’opera s’iscrive in quella che sembra essere una corrente caratterizzata da una ricorrenza di elementi linguistici che percorre tutto l’Appenino: da Nord a Sud.

Una sorta di “Interregional Style” le cui invarianti consistono in geometrie sghembe, falde fortemente inclinate, forme nette e senza sbavature, ampie vetrate, rivestimenti in doghe di legno o corsi di pietra viva, poca attitudine al dettaglio.

Merita ancora un cenno, breve per ragione di sintesi, il lavoro di +tstudio per Casa L..

Un metodo esemplare di miglioramento dell’esistente all’insegna di gesti calibrati e puntuali che restituisce dignità ad uno dei tanti edifici che l’interpretazione più banale della modernità ha disseminato sul territorio.