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Spazio pubblico e produzione di beni comuni

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Che la città esista quando c’è spazio pubblico è osservazione ovvia, ma è anche un indispensabile punto di partenza per introdurre il tema del governo del territorio, ovvero dello spazio pubblico. Tuttora nella legislazione e nelle prassi amministrative il principio guida per questo compito è quello dell’interesse pubblico. Da esso discende la legittimità per disegnare la città del futuro e rigenerare quella del passato, non solo imponendo limiti al godimento delle proprietà immobiliari, ma anche producendo spazi per attrezzature e servizi, oltre che realizzando strade e tutte le infrastrutture indispensabili per la vita moderna.

Quest’anno celebriamo 50 anni dall’emanazione del D. I. 1444 del 1968. La settimana scorsa si è tenuto presso l’Università di Salerno un interessante convegno promosso da INU Campania, dove si è conosciuta l’iniziativa del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti di promuovere lo studio di quanto ha prodotto quel decreto e capire se è possibile riattualizzarlo, recependo le mutate esigenze della società. 

Per i pochi che non lo conoscono, lo standard è la superficie di suolo da riservare alle funzioni pubbliche quali, ad esempio, scuole, parchi, impianti sportivi, sanitari o uffici. Questa quantità è parametrata al numero degli abitanti e acquisita dal comune o per cessione o per esproprio.

La realizzazione degli standard è un doloroso capitolo che apre una forbice tra regioni settentrionali e meridionali e che rischia di aggravarsi con la tendenza alla regionalizzazione, sebbene a livello ministeriale s’invochi la norma costituzionale che riconosce un livello di servizi di base a tutti i cittadini, indipendentemente dal luogo di residenza.

Alcuni hanno sollevato la critica che i servizi non si possono misurare in termini di suolo impegnato, altri hanno richiesto che anche i servizi ecosistemici, quelli forniti da un ambiente sano, fossero un diritto inalienabile del cittadino. Queste questioni ed il percorso della riforma del decreto sono molto importanti per indirizzare gli sviluppi futuri della produzione di spazio pubblico e del suo governo.

Tuttavia questo impegno dello Stato, ispirato al pubblico interesse, non ha soddisfatto le attese dei cittadini. Oltre le carenze e le insufficienze di queste dotazioni, sono state criticate la loro gestione, le modalità di accesso, l’utilità e la rispondenza ai bisogni. Rappresentanze politiche e personale amministrativo sono apparsi sempre più distanti, rivolti a curare gli interessi delle proprie categorie piuttosto che essere al servizio del pubblico. 

Spesso, questi beni pubblici sono stati abbandonati, lasciati deteriorare, un processo che ha interessato anche proprietà private, talvolta solo temporaneamente, perché vi erano in corso processi di rinnovo urbano dai tempi tanto più lunghi quanto più complessi ed impegnativi erano gli interventi.
Questi progetti, in tutte le città europee e non solo, si sono spesso accompagnati a controversie, a volte anche violente, perché potevano comportare la deportazione degli abitanti più indigenti o comunque produrre quei processi di "gentrification" avversi ai precedenti residenti, provocando movimenti urbani con l’occupazione delle proprietà abbandonate.

Rifiutando la funzione dello Stato a gestire gli spazi pubblici, i movimenti hanno rivendicato la gestione diretta da parte delle comunità locali, trasformando i beni pubblici in beni comuni.

Questa maggiore corrispondenza alle necessità dei cittadini non credo si possa dare per scontata e va verificata caso per caso, perché non è da escludere che gruppi molto chiusi in sé stessi assumano il controllo di un bene a fini esclusivi, senza fornire servizi ad un’utenza che vada oltre il proprio cerchio ristretto. Questo finisce per generare anche conflitti locali e il rifiuto di comportamenti singolari da parte della stessa popolazione locale, sebbene nella nostra “società aperta” meritino protezione anche minoranze comunque significative sotto il profilo sociale e culturale.

In ogni caso, il passaggio dal pubblico interesse al bene comune, ovvero dallo Stato alla comunità, può avvicinare il governo dello spazio pubblico al cittadino ma contemporaneamente genera conflitto e richiede luoghi, arene, metodi, procedure e istituzioni che si occupino di trattare il conflitto per conservare l’integrazione sociale, l’armonia della convivenza nella città rispettosa dei diritti.

Un altro aspetto molto importante emana dagli spazi pubblici urbani e più in generale dai beni comuni materiali ed immateriali, che viene definito come la caratteristica identitaria di una città. A questo bene, molto evidente quanto impalpabile, gli economisti più brillanti assegnano la capacità competitiva nell'economia globale delle aree metropolitane. Questo significa che produrre beni comuni significa aumentare occupazione e benessere. Ciò accade quando gli spazi sono usati in maniera creativa, quando elaborano arte e cultura, quando promuovono imprese e progresso civico. Non è così quando sono solo oggetto di consumo e dissipazione. 

Per questo, la valutazione per un giudizio fondato deve vertere, secondo me, su quale uso si fa dello spazio pubblico (e anche, temporaneamente, delle proprietà private abbandonate, finché non sono riutilizzate), di cosa produce.