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Che i giovani non imitino i vecchi

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In «Gargantua e Pantagruel», François Rabelais descrive una festa di corte che ha luogo in un immaginario regno rinascimentale. Qui, attempati rappresentanti del potere sfilano altezzosi, argomentano seriosamente, e mantengono il passo solenne di chi porta su di sé il fardello della responsabilità. Tutto credibile, se non fosse che al loro passaggio, i giovani li prendono in giro senza pietà, ne deridono la pretesa d’immutabilità e li canzonano per aver commesso l’errore degli errori: fingere che il tempo per loro non sia passato. Una farsa.

Anche alla gattopardesca corte di Napoli, mentre i padri danno consigli sulla vita dei figli dai quali pretendono nipoti per diventare nonni e le madri torturano le figlie dalle quali pretendono nipoti per diventare nonne, i giovani hanno capito che esiste un abisso di incomunicabilità tra loro e le generazioni precedenti. Difficile far capire fino in fondo che cosa significa essere precari a vita. Difficile conciliare orizzonti esistenziali storicamente inconciliabili per quanto coevi. Difficile spiegare il mondo che ci è capitato per le mani. Meglio rimboccarsi le maniche e rassicurare i propri cari: tranquilli, in un modo faremo.

Molti giovani del Sud hanno dovuto, per forza di cose, imparare a vedersela da soli, ad aspettarsi poco o niente, a voltare le spalle a un territorio dove risulta impossibile fare sistema. Molti hanno cambiato aria. Qualcuno sùbito, qualcun altro perché stremato dalla burocrazia o dalla politica dei favoritismi e dell’incompetenza, dal lavoro nero e grigio, dal sogno negato dell’indipendenza. Hanno studiato, lavorato, pensato, immaginato, realizzato, e vissuto lontano da qui. Hanno imparato il lavoro duro ma garantito, hanno creato film, musica e letteratura, hanno curato o istruito persone, hanno fatto impresa, prodotto innovazione, acquisito competenze e generato occupazione. Alcuni hanno fatto rete pur rimanendo qui tra mille difficoltà. Altri ancora sono tornati per cercare il modo di rimanere. E, oggi, l’insieme dei legami mai spezzati che tiene insieme questa rete transnazionale di giovani del Sud è la principale risorsa strategica della città e del Meridione.

Una risorsa che rischia di dissipare il proprio potenziale trasformativo per due motivi. Il primo, più scontato, risiede nell’immobilismo dei gerontocrati arroccati a difesa delle proprie roccaforti più o meno esistenziali. Il secondo, meno scontato ma ancor più pericoloso, risiede nella tendenza di molti giovani a replicare gli aspetti più deleteri del modus operandi dei loro predecessori. Nella politica, nella cultura, nell’impresa e nelle professioni, molti giovani si comportano esattamente come i vecchi. Interpellano solo gli amichetti. Si compiacciono dell’autoreferenzialità che li fa sentire importanti. Preferiscono rimanere dove sono pur di non rischiare il confronto. Il paradosso, allora, è che il rito di passaggio all’età adulta per i giovani del Sud Italia consiste nel dimostrare di essere in grado di perpetuare la gerontocrazia contro la quale si scagliano a parole, ma della quale perpetuano i metodi. Una farsa. L’ennesima.