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La testimonianza - 7 / Alessio Strazzullo, Casa Surace

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Nagorà apre con questo numero un'analisi – e dunque un dibattito – su un mercato del lavoro le cui le vie di accesso sono sempre più anguste e in cui la precarietà si è stabilizzata come categoria immutabile e irreversibile, a tutto discapito dei ventenni e dei trentenni di oggi. Per questo, abbiamo interpellato alcuni giovani che, in un contesto difficile, hanno trovato il modo di far valere i propri talenti e i propri sogni.

Hanno capovolto i rapporti di forza grazie allo strumento che più d'ogni altro segna la riscossa delle nuove generazioni: il web. In quel mondo parallelo e perpendicolare che vive nella dimensione del "www", Casa Surace ha raccolto in poco più di tre anni circa 3 milioni di iscritti. Adepti virtuali che sono la misura di un successo reale, costruito un mattone dopo l'altro, grazie ad una serie di video che mettono a confronto tradizioni, abitudini e manie delle due Italie in cui si divide l'Italia: quella "di su" e quella "di giù". Alessio Strazzullo, co-fondatore e autore di Casa Surace con Daniele Pugliese, Simone Petrella, Luca Andresano e Andrea Di Maria, ha spiegato a Nagorà come si costruisce un brand al tempo dei social.

Quali sono i principali ostacoli che avete incontrato sul vostro cammino e come li avete superati?

«Nel 2015 avevamo cominciato a girare dei video per divertimento, anche se con l'idea di farne un lavoro. Siamo partiti in modo molto spontaneo: tutto cominciò nella casa di studenti che poi è diventata il nostro ufficio. All'ingresso c'era una maiolica molto resistente che non siamo riusciti a togliere: sopra c'era scritto "Surace". Abbiamo deciso di adottare quel cognome, per essere anche un po' più ruspanti. In effetti, abbiamo sempre mantenuto quella freschezza da esordienti, anche se le cose sono cambiate molto. All'inizio eravamo curiosi di vedere la reazione del pubblico. Di ostacoli quasi non ce ne sono stati: siamo stati molto fortunati, è andata immediatamente bene. La cosa più difficile è stata, invece, organizzare il lavoro e decidere che direzione prendere per continuare a divertirci. Abbiamo avuto il grande privilegio di creare un gruppo di lavoro con degli amici, e questa cosa proviamo a ricordarcela ogni giorno».

Napoli, città giovane per definizione, non è una città per giovani?

«Noi a Napoli siamo rimasti perché abbiamo trovato la possibilità di fare un lavoro rivolto ad un pubblico nazionale. Questo ci risparmia tante delle difficoltà che deve affrontare chi lavora da Napoli per Napoli. In ogni caso, questa città è nel nostro dna, e al di là dei luoghi comuni ha anche tanti pregi: dalla capacità di accogliere a quella di fare gruppo e inventare soluzioni, fino ad una continua operosità che ci porta a lavorare anche molto oltre l'orario stabilito: i milanesi, al contrario, sono perentori in questo. Napoli è una città in cui succede qualsiasi cosa a qualsiasi ora, un luogo che offre stimoli continui. L'incontro con tante storie e culture differenti ti permette di essere in ogni caso più creativo».

Quale eredità hanno lasciato gli ex ragazzi ai loro figli?

«Dal nostro punto di vista è difficile rispondere a questa domanda, dal momento che in questo momento stiamo facendo lavorare una signora di 86 anni (ride, ndr). Siamo cresciuti fino a diventare una grande famiglia: tiriamo dentro perfino nonni e nonne, che poi sono i veri nonni di qualcuno di noi. Insomma, possiamo dirci tutti nipoti di nonna Rosetta».

Quanto spazio hanno i giovani per fare proposte, per far valere i propri talenti, le loro competenze, la loro passione, le loro idee?

«Il nostro "luogo" privilegiato è stato sin dall'inizio la rete, una dimensione libera e democratica nella quale è il pubblico a decidere e lo spazio te lo prendi da te. Per questo se hai idee e voglia di metterti in discussione, internet è il miglior posto possibile. Ma anche "offline" abbiamo una serie di maestranze napoletane che lavorano su tanti set. Per noi è importante riuscire a trovare un modo per collaborare con tutte queste persone: a Napoli ci sono grandissimi talenti e capacità notevoli».

Quali sono le responsabilità della attuale classe dirigente?

«Di fronte agli scontri generazionali è sempre difficile trovare i colpevoli, così come è facile per gli adulti puntare il dito contro i giovani che non hanno voglia di fare e per i ragazzi dare le colpe alle generazioni precedenti. Piuttosto, noi che abbiamo trent'anni possiamo lavorare per tracciare una strada, creando un ecosistema migliore da lasciare a chi verrà dopo».