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Se a Napoli cadono pezzi di Storia

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La Storia di una città è anche la Storia delle sue architetture. Non a caso, Sergio Bettini definiva l’Architettura come la «struttura formale della Storia». L’abbandono delle architetture che hanno fatto la storia di una città può coincidere con la progressiva emarginazione della città stessa dalla Storia.

La stazione della Napoli-Portici è uno di quei casi dove la comunità cittadina reclama per un’architettura il diritto a rientrare nella dignità della Storia condivisa, come ha efficacemente ricordato Davide Cerbone dalle colonne de «Il Mattino» in un recente e puntuale intervento.

La damnatio memoriae calata sul periodo preunitario e, all’estremo opposto, un revanscismo borbonico di maniera non aiutano a sottrarre all’indifferenza un edificio irriconoscibile nella sua attuale miseria. Un rudere tufaceo arenatosi sulla sponda di Corso Garibaldi, dove un graticcio metallico lo separa dalla città e lo confina in una sorta di clausura. Eppure, non è una rovina insignificante quella sorretta dalla grata di putrelle, ma la superstite gloria di un primato della capitale ottocentesca: la stazione di testa della Napoli-Portici, prima ferrovia realizzata in Italia.

La storia comincia nel 1836 quando l’ingegnere francese Armando Bayard de la Vingtrie ottiene da Ferdinando II di Borbone la concessione per costruire il primo tronco ferroviario nel Regno delle Due Sicilie: la tratta Napoli-Nocera dei Pagani a cui seguiranno successive diramazioni.

L’inaugurazione del 3 ottobre 1839 è immortalata da Salvatore Fergola in una serie di dipinti, tra cui spicca quello che rappresenta il padiglione della famiglia reale eretto presso il Granatello a Portici sul ponte della villa del principe di Monteroduni.

Collocata lungo la strada detta «dei Fossi», oltre la murazione aragonese all’epoca ancora esistente, la stazione non era lontana da Piazza Mercato, fulcro degli scambi e delle attività commerciali della capitale.

La progressiva decadenza comincia con l’apertura delle Ferrovie meridionali ad opera del governo post-unitario e si fa inarrestabile quando, agli inizi del XX secolo, spogliata della sua funzione originaria, la stazione è inglobata nel complesso del Dopolavoro Ferroviario che al suo interno realizza il Teatro Italia. Gravemente danneggiato dall’esplosione, nel porto di Napoli, della nave Caterina Costa il 28 marzo del 1943, il fabbricato è stato puntellato in seguito al terremoto del 1980, lasciando solo intravedere, dietro il sipario di un improvvisato mercatino, quel che resta della Bayard.

Anni fa, Aldo Loris Rossi, presentò un progetto di restauro, che non ha avuto ancora un seguito concreto, per fare della Bayard un museo delle Ferrovie.

Oggi, può essere a ben diritto inclusa in quell’Italia «che cade a pezzi» evocata dal Presidente dell’ANCE Buia, con l’aggravante che quelli che cadono a Napoli sono pezzi di Storia.