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Progettare in area a Rischio. Lo sviluppo nella sicurezza.

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I grandi architetti del passato hanno progettato interventi e insediamenti, adeguandoli alle caratteristiche fisiche dell’ambiente nel quale operavano, con due obiettivi principali, l’uno per un efficace uso delle risorse del territorio, sia esso fiume, lago, baia marina, collina, pianura, valle, montagna, clima, esposizione, … e l’altro per la sicurezza dell’insediamento rispetto agli eventi naturali, generati proprio da tali eventi, caratterizzanti il territorio.

Si potrebbe dire che l’uomo intelligente abbia naturalmente avvertito gli elementi opposti del territorio e si sia adeguatamente attrezzato, anticipando il concetto di resilienza, così diffuso in tempi recenti, ma scarsamente praticato.

Per il territorio napoletano sarà Goethe a focalizzare l’attenzione sulle caratteristiche opposte di bellezza del paesaggio e di terribilità della sua genesi vulcanica. Ma questa straordinaria intuizione della pericolosità vulcanica non ha mai prodotto nei decisori politici e nei formatori della classe dirigente, scelte illuminate in merito all’uso del territorio.

Il disastro ambientale è palese e la sua dimensione è tale da scoraggiare tutti dal prendere iniziative adeguate per arginare questa tendenza nefasta del sempre peggio. Un esempio di tale condizione è il rischio vulcanico al Vesuvio e ai Campi Flegrei. Un’eruzione in queste aree coinvolgerebbe  milioni di persone e un territorio con importanti strutture strategiche (porti, aeroporti, ferrovie, autostrade, ospedali, scuole, università, centri di ricerca, insediamenti militari, beni ambientali e culturali,…). La Protezione Civile opera dagli anni ’80 su questo territorio per la mitigazione del rischio, ma gli interventi saranno sempre inadeguati fino a quando la problematica del rischio non farà parte della cultura diffusa della popolazione esposta, tanto da condizionare tutti i nostri comportamenti, a cominciare dalle scelte sul territorio di chi lo governa. Purtroppo mancano per l’area metropolitana napoletana segnali per un’inversione di rotta.

Perché il rischio non incida negativamente sullo sviluppo del territorio, le misure da scegliere per la sua mitigazione non devono precludere le attività produttive, privilegiando le attività “soft” a bassa invasività, come il terziario avanzato, turismo culturale, centri di ricerca avanzata e di alta formazione, servizi e trasporti per collegare le varie parti del territorio, integrandole nello stesso progetto di sviluppo, per una città multipolo. In una tale città le aree a più bassa pericolosità potrebbero essere destinate ad una maggiore densità abitativa e ai servizi strategici, mentre nelle aree a  rischio più elevato potrebbero essere realizzati parchi ambientali, archeologici e di ricerca. Quindi in aree a rischio non deve prevalere l’inerzia nè l’abbandono, bensì scelte intelligenti.

Perché ciò possa realizzarsi, occorre predisporre un progetto che si ponga come obiettivo lo sviluppo nella sicurezza. In tal caso non si può continuare a discutere di singoli progetti separati, senza un filo conduttore comune, come appare per quelli di Napoli Est, Bagnoli, Area ex NATO,…  . Questo modo di procedere evidenzia la mancanza di una conoscenza adeguata delle caratteristiche di un territorio che ha una omogeneità fisica di straordinario valore. Solo un’analisi unitaria del territorio che si sviluppa da Cuma a Punta Campanella potrà fornire una base adeguata per un progetto di sviluppo nella sicurezza della Baia di Napoli. Se mancasse una tale scelta si andrebbe incontro ad un ulteriore clamoroso e definitivo fallimento.